Epifanio Pozzato ci parla soprattutto delle sue campagne con voce robusta, sonora, simpatica.
Non è facile descrivere qui, una pittura che non ha connotati marcatissimi definibili a parole, pure esprimendo una spiccata personalità…
La solidità, il calore coloristico, la chiarezza delle idee e la buona salute mi sembrano tra le sue doti caratteristiche.
DINO BUZZATI ("Corriere della Sera", 25 Novembre 1970)

Cinquant’anni di attività artistica sono tanti, sono una vita, sono la vita. Ma quello che sorprende nella pittura di Epifanio è la straordinaria coerenza stilistica che caratterizza il complesso delle sue opere: dal momento in cui si impose come “ragazzo prodigio” sino alla maturità; coerenza che una volta chiamavano “fedeltà alla tradizione”, vale a dire al mestiere, alla professione. I mutamenti, le variazioni, lo sviluppo della sua esperienza ci sono e molto evidenti; il suo, infatti, è un percorso vitale, di graduale e costante assimilazione della cultura pittorica del ‘900; sono dunque, le sue, variazioni e mutamenti minimi, mai tali da intaccare lo “zoccolo duro” della sua scelta di fondo. “Io sono un pittore del ‘900 – dice con orgoglio – come Delleani lo è stato dell’’800”.
BRUNO POZZATO (“Epifanio Pozzato: il mio Novecento” , 2000)

Pittore biellese, Pozzato si pone per modernità d’intenti, oltre la tradizione paesaggistica piemontese dell’Ottocento, che va da Fontanesi a Delleani. In lui, l’ansia di descrivere è sempre sottoposta al senso di una melodia visiva che gli nasce dentro, con forza organica.
Si direbbe, anzi, che sia sempre questa “musica” di un paesaggio o di una natura morta a determinarlo, nel cuore delle sue operazioni creatrici. La parola “musica” qui è, ben inteso, un traslato, e sta a significare quella continuità ritmata che si avverte tra un oggetto ed un altro oggetto, in un suo paesaggio od in una sua natura morta.
Nei suoi lavori, il colore, che è il mezzo più atto a suggerire le possibilità musicali di un pittore, si frantuma; si ricompone in seguiti organici, tali da imbastire nel suo lavoro una trama compatta.
GIORGIO KAISSERLIAN (Maggio 1967)

Protagonista principale della pittura di Pozzato è la natura, in particolare il paesaggio biellese. Dallo scrigno della terra dura sprizza il colore esuberante delle stoppie, delle piante, delle messi. L’immagine è quanto mai libera ma sempre oggettiva, ogni cosa è leggibile e rifugge dalle genericità astrattizzanti. Di questa materia Pozzato è padrone.
Convinto che non sono poi tanti a nascer pittori e che non si risolve il problema primario dell’espressione negando la pittura, io vedo in Epifanio Pozzato un esempio notevole del modo come può essere di nuovo affrrontato il tema della natura senza negare l’apporto essenziale della nostra inquieta conoscenza e dell’elaborazione culturale dei tempi moderni.
RAFFAELE DE GRADA (Novembre 1968)

Equidistante dalle facili posizioni di un ermetismo integrale e di un convenzionale illustrativismo, Pozzato percorre dunque l’unica via che può condurre all’arte: una via che si articola in molteplici espressioni, ma che non può prescindere da determinate regole di moralità, di mestiere e d’istinto.
MARIO MONTEVERDI

Mondo semplice e sincero, dove la luce modula sentimenti e affetti di ogni giorno e il colore canta con malinconia ricordi agresti o d’interni silenziosi.
GIORGIO MASCHERPA

La via che Pozzato è andato aprendosi è quella di un erompente sinfonismo cromatico. Ogni colore, fresco e intenso, è sempre esattamente intonato con gli altri, sì che la sua pittura è via di sonorità anche nelle note più fonde.
MARIO LEPORE (maggio 1967)

Nelle nature morte e nei paesaggi specialmente, la fattura rapida, condotta con una pennellata grassa, mantiene un equilibrio di segno e di tono che certe note predominanti dorate fondono con riflessi di smalto.
DINO VILLANI (“La libertà” - novembre 1968)

La corposità del colore e l’uso plastico delle forme che paiono dilatarsi armonicamente per conquistare lo spazio, rivelano le sue buone doti d’artista che lo costringono alla costruzione delle immagini, con una disciplina severa e meditata.
FRANCO PASSONI (“Avanti” - dicembre 1968)

Vigorosa natura d’artista. La sua pittura larga, costruita con un saldo senso dei volumi, ad ampie successioni di piani, e soprattutto rimarchevole per l’intensità cromatica, avvivata dalla sostanziosa pasta del colore.
GIORGIO PREDAVAL (“Il sole 24 ore” - dicembre 1968)

Alla galleria Gussoni abbiamo visto le più recenti opere di Epifanio Pozzato; figure, paesaggi, il tutto raccontato con quell’essenziale sobrietà e con quel sicuro gusto dell’impaginazione che rivelano la grande padronanza e la indiscussa sensibilità poetica del pittore.
MARCELLA PLATTI (“Bellezza” - maggio 1968)

Un artista appartato, che predilige una pittura meditata, di corposa materia. I collages sono molto delicati. E la qualità più vera di Pozzato vien fuori nei paesaggi, dove è meno espressionista, e il suo pacato naturalismo potrebbe avviare un discorso di declinazione piemontese.
ALBERICO SALA (“Il Giorno”- ottobre 1975)

Epifanio Pozzato nella personale allestita alla galleria “Levi Arte Contemporanea “ di Milano ha mostrato in maniera profonda e pulita l’espressione dell’arte. Una pittura, la sua, limpida, chiara, fusa in una tematica veramente delicata.
ERNESTO GIANNINI (“Il Giornale del Mezzogiorno” - 1975)

…una pittura rara la sua. Frutto di un impegno assiduo e coerente, sorretto da un giusto equilibrio di gusto, intelligenza e talento nativo. Non è cosa da poco riuscire oggi a conservare libertà e autonomia creativa immersi come siamo in una Babele di linguaggi, di suggestioni, di proposte e valutazioni contraddittorie.
ORLANDO CONSONNI (Titolare Galleria Ponte Rosso- Milano)

...ma la vera novità della collettiva è Epifano Pozzato, allievo di Cesare Maggi e Guido Mosca. Sono state allestite in una sala apposita venti opere splendidamente incorniciate, da nature morte, a paesaggi, ritratti,congenitamente modulati come da tradizione piemontese. Pozzato ha saputo mettere in luce nella sua opera l’ordine, la poetica, la disciplina mentale e costruttiva necessarie a dare un volto alle misteriose corrispondenze fra le cose ed i sentimenti.
LUCIANA BALDRIGHI (“Il Giornale” - novembre 1995)


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